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RECENSIONE "MUSIKBOX" DICEMBRE 2006
GUIDO MARZORATI & THE BLUGOS
JOURNEY  OF HOPE
(Velut Luna)

RECENSIONE www.bielle.org NOVEMBRE 2006
GUIDO MARZORATI & THE BLUGOS
JOURNEY  OF HOPE
(Velut Luna)

RECENSIONE www.rootshighway.it OTTOBRE 2006
GUIDO MARZORATI & THE BLUGOS
JOURNEY  OF HOPE 
(Velut Luna)

RECESIONE “VENEZIA NEWS” AGOSTO 2006
GUIDO MARZORATI & THE BLUGOS
JOURNEY  OF HOPE        
(Velut Luna)

RECENSIONE “BUSCADERO” LUGLIO 2006
GUIDO MARZORATI & THE BLUGOS
JOURNEY  OF HOPE
(Velut Luna)

RECESIONE E INTERVISTA "A VOICE WE KNOW" LUGLIO 2005
GUIDO MARZORATI & THE BLUGOS
JOURNEY  OF HOPE
(Velut Luna)

RECENSIONE “BUSCADERO” SETTEMBRE 2000
GUIDO MARZORATI
LIVE AT HOME
(Balancing Act Records)

RECENSIONE “THE RIVER” N°43 SETTEMBRE 2000
GUIDO MARZORATI
LIVE AT HOME
(Balancing Act Records)

 


 

RECENSIONE "MUSIKBOX" DICEMBRE 2006

GUIDO MARZORATI & THE BLUGOS
JOURNEY  OF HOPE
(Velut Luna)

Guido Marzorati alla chitarra acustica e al microfono con la sua voce, al cui ascolto corrisponde magicamente il ricordo di un’altra voce, nel tono e nelle vibrazioni, quella di Springsteen, al pianoforte Elisa Marzorati (e qui permettetemi di dire che vale il detto latino “in nomen omen”), Iliano Vincenzi al basso e Andrea Scarpari alla batteria nella formazione dei Blugos. L’album di consacrazione per la veneta Velut Luna è Journey of Hope ed è una raccolta di jazz, ma non troppo, country, ma non troppo, folk e popolare, ma non negli eccessi. Tempi lenti e sommessi per il brano d’apertura che cede il suo titolo all’album. Parole e musica scritte interamente da Guido Marzorati, ma la band, che esegue gli ordini, non è da meno, non si nasconde dietro il protagonismo di Guido, anzi, con fertile riverenza, persegue gli obiettivi armonici del capitano. Una caratteristica che salta nell’orecchio è proprio il fatto che manchino completamente dissonanze acustiche. Tutto è chiaro. Parole e testi che non nascondono arcani misteri e pause rilassate create solo per dare respiro alla voce. Nessuna disarmonia, perché il blues e il rock&roll non si confondano con altri generi, ma sappiano diligentemente inseguire i ritmi per cui sono stati creati. Dieci brani di attendibili energie e di dispersioni di vigorose rabbie e proteste nella ricerca di un posto, che ancora il nostro cantautore, non ha conosciuto, dove regna la speranza e in cui le guerre, se esistono, hanno vita troppo breve per essere ricordate (A little story of war).

ELISA MAURO

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RECENSIONE
www.bielle.org NOVEMBRE 2006

GUIDO MARZORATI & THE BLUGOS
JOURNEY  OF HOPE
(Velut Luna)

IL "MILIONE" AMERICANO DI UN MARCO POLO ODIERNO

Seconda prova per il veneziano Guido Marzorati, dopo l’autoprodotto “Live At Home” che risale all’ormai lontano 1999. È incredibile come già al secondo lavoro Marzorati ci offra un disco di notevole maturità, sia per quel che riguarda le musiche, sia per i testi, con ovviamente il tema del viaggio in primis, ma sempre con riferimenti a quel che succede intorno a noi, tra piccoli fatti quotidiani, amore, guerra.
Dicevamo delle musiche: ottimamente supportato dai suoi fantastici Blugos (contrazione di blues e gospel), Marzorati dichiara il suo amore per un certo tipo di cantautorato americano in tipico stile anni settanta, con Jackson Browne su tutti, ma anche Leonard Cohen, e un pizzico dello Springsteen più intimista.
È quel che si dice rock d’autore.
Pochi i pezzi “duri”: il primo è “Complainer’s Disease”, su uno dei mali dei nostri giorni, con tante persone, soprattutto giovani, che affrontano la vita con un’indolenza e un’apatia che rasentano l’atarassia; proprio il contrario del protagonista di “Out Of My Skin”; “Keep Beating” inizia con una chitarra “desertica” per poi aprirsi in un rock che sarebbe piaciuto molto a Bob Seeger.
Ma anche quando il rock’n’roll fa capolino tra un brano e l’altro, il “rumore” delle chitarre di Marzorati, del basso di Iliano Vincenzi e della batteria di Andrea Scarpari è comunque sempre levigato dal pianoforte della fenomenale Elisa Marzorati che spesso assurge al ruolo di protagonista.
“Journey Of Hope”, la title-track, narra del viaggio di un padre in un Paese straniero alla ricerca del benessere da offrire al proprio figlio.
“Come To A New Land” e “Virtual Love”, seppur diverse tra loro, sono canzoni che parlano d’amore, mentre “Blooming Roots” è il grido disperato di una persona che non vuole arrendersi mai, a dispetto delle cose brutte che possono accadere.
È “A little story of war” e in “Song from the next world” che il riferimento a Cohen diventa evidente. La conclusiva “What Can I Do?” parte con un’armonica sbuffante che lascia poi spazio ad un pianoforte da saloon e ai cori femminili. “Journey Of Hope” è un disco come non se ne sentivano da tempo, tutto giocato su un rock stradaiolo rivestito con melodie allo stesso tempo semplici e affascinanti.
I veneziani sono sempre stati grandi viaggiatori e Guido Marzorati è partito verso ovest dimostrandoci di aver messo a frutto le sue esperienze americane (ha suonato in locali storici come lo Stone Pony): “Journey Of Hope” ne è la summa, il suo “Il Milione”.

LUCA VITALI

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RECENSIONE www.rootshighway.it OTTOBRE 2006

GUIDO MARZORATI & THE BLUGOS
JOURNEY  OF HOPE 
(Velut Luna)

****
 
Ci sono, in verità sempre più di rado, dischi che sarebbe un vero peccato lasciare che non abbiano un meritato risalto, solo perché hanno diffusione limitata che li fa diventare oggetti per pochi intimi. Una fine questa che non merita sicuramente Journey Of Hope, affascinante conferma della bontà del songwriting di Guido Marzorati, veneziano che aveva esordito qualche anno fa con il valido Live At Home, in completa solitudine, mostrando una stoffa da storyteller che gli aveva permesso di reggere un disco intero affidandosi soltanto alla sua voce, ad un'armonica e a una Takamine acustica. In questo caso il suo progetto prende il nome di Guido Marzorati & The Blugos, i quali sono Elisa Marzorati al piano, Iliano Vincenzi al basso e Andrea Scarpari alla batteria, qui al servizio insieme alla solita Takamine di una manciata di gran belle canzoni. L'impianto sonoro richiama atmosfere di cantautorato di gran classe anni'70, per l'uso continuo del piano, con una ritmica e una chitarra mai invadenti. Un profumo di California sembra sprigionarsi dalle casse, quando in ordine sparso, è Virtual Love, morbida ballata, a farsi apprezzare. Journey Of Hope in apertura ed Out Of My Skin, dai toni appena più decisi ma sempre controllati, con il pianoforte di Elisa che le segna e ci emoziona, sono altri due ottimi esempi delle capacità compositive di Guido, il quale dà un ulteriore sfoggio delle sue qualità ed i Blugos del loro essere sicuramente più di una qualsiasi backing band in Songs From The Next World, uno dei pezzi migliori, progressione di accordi assolutamente cantautorali, incorniciati da un piano sempre dietro la voce, che, se chiudiamo gli occhi, ci trasporta d'incanto al di là dell'oceano, dalle parti di Los Angeles, all'incirca trent'anni fa… Blooming Roots alza appena il ritmo, ma in modo molto piacevole; Keep Beating ha un taglio più urbano, a dispetto della bella intro strumentale di slide e ci mostra un altro volto di Guido, che non si nasconde se c'è da pigiare un po' di più sul gas, come avviene in What Can I Do? che ci conduce alla fine di questo viaggio sui binari sciolti di un bel rock sempre ammorbidito dal piano. Un disco completo che cresce dopo ogni ascolto e che non ha nulla da invidiare a produzioni più blasonate d'oltreoceano, a cui in alcuni casi manca sicuramente il cuore con cui Guido Marzorati porta avanti il suo discorso musicale.

GABRIELE BUVOLI

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RECESIONE “VENEZIA NEWS” AGOSTO 2006

GUIDO MARZORATI & THE BLUGOS
JOURNEY  OF HOPE        
(Velut Luna)

A tre anni di distanza dalla registrazione e dal missaggio, esce per l’etichetta padovana il secondo lavoro del cantautore veneziano. Le 10 canzoni del CD hanno tutte i testi in inglese, lingua scelta, supponiamo, per motivi di esportazione e quindi di maggior ascolto, nel mondo reso più vicino dalla connessione internet. Sfogliando il libretto, corredato dai testi, la prima impressione è che ci troviamo di fronte a un disco rock, per la scelta dei soggetti, delle foto e dei colori. E infatti musicalmente Marzorati propone un rock melodico, ad andamento medio-lento, facile da ascoltare. La sua voce leggermente e gradevolmente roca potrebbe ricordare, con minor aggressività, il boss Springsteen e, con meno nasalità, il menestrello Dylan, in special modo nei brani nei quali il leader oltre alla chitarra si accompagna con l’armonica (Come to a new land, What can I do?). La canzone che ci è piaciuta di più è senz’altro Journey of hope, la prima, che dà il titolo all’album. Si tratta di una morbida bossa-rock o rock-bossa, a seconda del punto di vista dell’ascoltatore. Di forte impatto  A little story of war, a testimoniare l’inutilità delle guerre nella speranza che la storia non si verifichi più. Altrove, tuttavia, troviamo anche del semplice romanticismo, come in Come to a new land nel quale il ritornello recita: “Dammi la tua mano, per un viaggio senza fine, vieni in una nuova terra con me”. Oltre al leader è da citare il trio basico The Blugos - piano, basso, batteria - puntuale nell’assecondare le variazioni ritmiche ed emotive del protagonista.

GIOVANNI GRETO

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RECENSIONE “BUSCADERO” LUGLIO 2006

GUIDO MARZORATI & THE BLUGOS
JOURNEY  OF HOPE
(Velut Luna)

***

Influenzato dai cantautori americani a cavallo tra rock e folk, Guido Marzorati bissa il suo esordio del 2000 (Live At Home) con un disco che risalta la sua vena intimista e il suo spirito errabondo.
Affrancatosi vocalmente e musicalmente da un lungo soggiorno a New York dove ha suonato in cafè e club, tra cui lo Stone Pony, Guido Marzorati è tornato nella sua Venezia e con un nugolo di amici ha realizzato quello che è una sorta di viaggio nei luoghi della propria musica e della propria ispirazione, un viaggio di speranza come suggerisce il titolo, dettato dal suo amore verso quelle strade musicali americane che hanno formato la sua (e la nostra) immaginazione. Sogni diventati canzoni, dieci belle canzoni suonate in uno stile che abbraccia Springsteen, gli autori del Village e Jackson Browne.
Timido e silenzioso, piuttosto appartato nel panorama italiano di chi sbandiera l’amore verso Springsteen per cercare un posto al sole, Marzorati è pressoché sconosciuto ma è un male perché la sua eleganza nello scrivere, la sua voce romantica, la pacatezza interpretativa e la cura che rivolge agli arrangiamenti e ai dettagli delle canzoni depongono per un singer/songwriter interessante, che privilegia i toni morbidi e le ballate intimiste dal forte sapore evocativo in cui la chitarra si accompagna con un piano classicheggiante di prima grandezza, che finisce con l’essere uno dei segni distintivi del suono del disco.
Marzorati è l’autore dei testi e della musica ma attorno a lui si è coagulato un gruppo di amici e famigliari che partecipa all’intero progetto di cui è leader. The Blugos sono la brava Elisa Marzorati al piano, Iliano Vincenzi al basso e Andrea Scarpari alla batteria, poi ci sono i musicisti aggiunti ovvero Daniele Scala dei Morblus con l’Hammond, Filippo Bonini col violino e un trio di voci mentre Francesca Palazzi è l’art director e vale la pena nominarla visto la finezza e lo studio del booklet coi testi e le foto, un lavoro che non ha nulla da invidiare in termini visuali alle migliori produzioni anglosassoni, esplicativo di quello stile street-ballader che Marzorati vuole comunicare con la musica.
Si diceva delle ballate, Journey Of Hope, la toccante Song From The Next World, la coinvolgente Out Of My Skin con il piano di Elisa Marzorati in bella evidenza, la springsteeniana (non poteva essere diversamente visto il titolo) Come To A New Land  sono tra le cose migliori del disco ma anche i brani più ritmati  fanno la loro figura. A cominciare da Blooming Roots, dai sapori Little Feat di What Can I Do?, dalla incalzante Complainer’s Disease  o da quelli bluesati con la slide e il solito splendido piano di Elisa Marzorati di Keep Beating, brani che però non perdono mai le buone maniere di un rocker “ riservato” che assomiglia più a Jackson Browne che agli eroi del Jersey Shore.
Registrato con professionalità, Journey Of Hope ha corpo, anima e un sound brillante.
Forse è di un po’ di grinta e “cattiveria” che ha bisogno Guido Marzorati ma si sa Venezia è un po’ un’isola felice, non ci sono ingorghi, mancano le macchine e la metropolitana (nonostante la copertina del disco ne metta una in bella vista) e quattro chiacchiere attorno ad un ombra di vino ancora oggi scandiscono i ritmi di chi lì non è nato per correre. Come dargli torto.

MAURO ZAMBELLINI

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RECESIONE "A VOICE WE KNOW" LUGLIO 2005

GUIDO MARZORATI & THE BLUGOS
JOURNEY  OF HOPE
(Velut Luna)

Se un giorno avrete l’occasione di parlare con Guido Marzorati, vi stupirete per i suoi silenzi e la sua introversione. Un artista vero, che preferisce fare la propria arte piuttosto che parlarne e che proprio per questo rischia, in questo mondo basato sulle pubbliche relazioni, di non arrivare al grande pubblico che meriterebbe. Nel suo repertorio ci sono splendide ballate con quella spazialità tipica della musica americana, ma anche canzoni piene di quella forte carica esplosiva tipica del rock. È la voce ciò che più colpisce: una voce molto calda e armoniosa, allo stesso tempo tagliente e decisa. Qualcosa che sembra contrastare con l’immagine tranquilla e pacata che Guido mostra di sé. È sul palco dove questo ragazzo veneziano (He’s so good I can’t believe he’s not from New Jersey!) si trasforma letteralmente in un perfetto animale da palcoscenico in grado di trascinare la sua band e il suo pubblico con sguardi, sudore e gestualità da autentico leader, verso quelle vibrazioni che ogni concerto rock dovrebbe dare. Una piccola dimostrazione la potete trovare sul sito ufficiale www.guidomarzorati.com con il video live di “From the stables to stars and back”.
Marzorati ha trovato nella tradizione della musica rock d’autore, il suo linguaggio più sincero e profondo e attraverso essa, esprime i suoi pensieri sul mondo e la società che lo circondano. Parla di sé, ma poi si allarga ad altre tematiche della società odierna, sia da un punto di vista psicologico che uno più storico-politico. Sarebbe riduttivo dire che i suoi testi sono solo autobiografici, a meno che non si intenda che in ciò che è autobiografico sono inclusi tutti gli avvenimenti esterni di cui veniamo a conoscenza giorno dopo giorno.

Rispetto a “LIVE AT HOME”, primo album autoprodotto in cui il cantante si esibisce solo accompagnandosi con la sua chitarra acustica e l’armonica, il secondo CD intitolato “JOURNEY OF HOPE” vede come coprotagonisti del songwriter “The Blugos”. Una band straordinaria formata da Elisa Marzorati al piano, Iliano Vincenzi al basso e Andrea Scarpari alla batteria.
Tenendo presente il panorama musicale attuale, dal vivo Guido Marzorati & The Blugos risultano assolutamente imperdibili per la loro intensità e forza travolgente. Per la realizzazione del disco hanno collaborato anche altri musicisti come Daniele Scala (hammond), Filippo Bonini (violino), Louise Gufeaux, Ruby Williams e Luisa Bittolo Bon (cori).
La registrazione è stata affidata a Enrico Coniglio, attento ricercatore di suggestioni sonore, che è riuscito nel difficile compito di rendere giustizia a questo progetto.

Il filo conduttore di questo secondo disco è senz’altro il viaggio. Si apre subito con la title track “Journey of hope”, un viaggio di speranza verso un mondo migliore di un padre che, spinto dal desiderio di offrire qualcosa di meglio al proprio figlio, cerca fortuna in un altro paese. Deve affrontare una realtà nuova, in cui si sente spaesato e insicuro, una realtà in cui suoni, profumi e profili sono sconosciuti. Improvvisamente il desiderio di novità svanisce e subentra il ricordo malinconico della propria terra, delle strade conosciute della propria città, delle tanto amate quattro mura del proprio alloggio familiare. Con “Out of my skin” la paura iniziale di questa nuova avventura svanisce. Il protagonista inizia a scoprire e capire la nuova realtà in cui è capitato ed è pronto ad affrontare qualunque sfida. Per quanto si senta ancora simile ad un muto e ad un sordo e per quanto sia consapevole di non essere il solo a voler trionfare, è pronto a cambiare pelle e lottare per i propri sogni.
Anche se i due brani successivi parlano d’amore, l’idea del viaggio è ancora più che presente; il sogno di un viaggio e un viaggio virtuale. “Come to a new land” è un invito alla persona amata di visitare la propria nuova terra, la promessa e il sogno di un amore eterno che in “Virtual love” sembra sbriciolarsi di fronte alla realtà. L’amore che si vuole vivere sembra irrealizzabile. È un amore perfetto e vicino alle proprie aspettative se pensato, ma non tale se affrontato nella vita reale.
A metà del disco il songwriter Marzorati guarda alla società odierna prima con ironia, poi con occhi tristi. “Complainer’s desease” è la descrizione della cosiddetta malattia di coloro che vivono qualunque momento della giornata con un lamento, con poca energia e poco ottimismo. È il vizio che hanno molti di trovarsi in un circolo vizioso in cui sono annoiati dalla propria esistenza e si sentono inermi e incapaci di prendere iniziative e di cambiare qualcosa. Una sottile vena ironica accompagna il testo: chi si lamenta, in realtà afferma di avere tutto ciò che può desiderare, ma sembra non farci caso e vive così in questa assurda e continua sensazione di insoddisfazione.
“A little story of war” descrive invece la sofferenza della guerra attraverso le parole di una donna che perde prima il marito, poi il figlio e che alla fine non esita a vendere il proprio corpo per salvare dalla fame la propria unica figlia rimasta. Ecco fino a dove può arrivare l’amore di una madre e fino a dove si può spingere l’animo umano pur di sopravvivere. È una “piccola storia” che smaschera una “grande realtà” purtroppo ancora terribilmente attuale.
“Song from the next world” pensa alle azioni commesse dall’uomo, quando forse è ormai troppo tardi. Grazie alla distanza spazio-temporale si riflette con maggiore chiarezza su ciò che è avvenuto. Dentro la guerra tutto è confuso e distorto, certe cose vanno semplicemente fatte senza pensare, da fuori invece si riconoscono gli errori commessi, ma non si può più tornare indietro.
Ecco che dopo una sentenza così dura sorge nuovamente una speranza. “Blooming roots” esalta la forza vitale dell’essere umano, la capacità di rialzarsi, di ricostruire e di ricominciare da capo anche dopo le catastrofi e le disgrazie più grandi, magari anche tramite lo sguardo di una sola persona, tramite il suo sorriso. È la magia misteriosa della natura: tutto ciò che muore poi rinasce, e così le città distrutte vengono ricostruite e le persone si uniscono e raccolgono le loro forze per ricreare il loro futuro. In “Keep beating”, il brano forse più rock di tutto l’album, anche l’amore rinasce e afferma la propria forza grazie alla costanza e alla fiducia.
La chiusura del disco è affidata a “What can I do?”, godibilissimo country dove l’autore sembra scrollarsi dalle spalle la polvere accumulata nei numerosi cammini percorsi e scuote la testa consapevole dell’impossibilità di vivere in un mondo perfetto.

Guido Marzorati colorisce i racconti delle sue storie con una musica energica e vitale, che lascia sempre uno spiraglio di speranza. Quasi si potrebbe pensare che l’esistenza imperfetta dell’uomo raccontata nei testi, si purifica, trova il suo equilibrio e la sua rivincita nella musica.
Il suo rock forse attualmente non soddisfa le esigenze commerciali che rincorrono le mode di oggi, ma questa è musica fatta per restare, per chi vuole ascoltare suoni puliti, melodie difficili da dimenticare, accompagnate da una vivace e grintosa forza rock, che racconta storie che fanno riflettere, ballare, sognare, viaggiare.  
Non è forse quello che tutti vorrebbero sentire?

Intervista a Guido Marzorati 07-07-2005:

- Dicono che tu sia il nuovo Bruce Springsteen italiano...

GM: (ride)…questa è una vecchia storia. Quando è venuto fuori lui, dicevano che era il nuovo Bob Dylan. Ovviamente il paragone mi fa molto piacere, mi riempie di orgoglio e di responsabilità, perché è un artista che stimo molto, ma credo che ognuno nel suo piccolo, nel suo genere, nel suo tempo, è qualcosa di molto specifico. Ogni artista rappresenta qualcosa di unico, la sua opera è il frutto di un’anima particolare e di come riesce a comunicare con tutte le altre anime; questo è quello che rende ognuno di noi diverso dall’altro, poi magari ci sono delle similitudini, dei “terreni” comuni, ma come non c’è stato un altro Bob Dylan non ci sarà un altro Bruce Springsteen.

- Quali sono le tue radici musicali che ti hanno portato a fare la musica che fai?

GM: Sono cresciuto in una famiglia di musicisti. Mio padre è contrabbassista, mia madre flautista.
Sin da piccolo ho respirato musica tutti i giorni con quello spirito del divertimento, della gioia di suonare, che mi hanno trasmesso i miei genitori, senza mai impormi niente. Credo che questo clima particolare mi abbia formato anche dal punto di vista umano. Ho cominciato a suonare il pianoforte, poi il violino, ho frequentato il Conservatorio per alcuni anni, poi ad un certo punto ho capito che la mia strada era un’altra, che il mio modo di comunicare richiedeva altro. Ho iniziato a scrivere musiche per pianoforte, a suonare le tastiere in un gruppo e alla fine ho capito che volevo cantare, dire qualcosa e la chitarra acustica era lo strumento ideale per farlo. Ho cominciato da autodidatta, suonando sopra ogni disco che mi capitava fra le mani, come hanno fatto in molti. Avendo suonato il violino ero abbastanza facilitato e piano piano, con la forza dell’entusiasmo, ho cominciato prima ad imitare, poi a trovare un mio stile.

- Come reagirono i tuoi genitori quando hai deciso di lasciare la musica classica per il Rock & Roll?

GM: Mi hanno sempre detto: “Se la cosa ti fa felice…” in realtà credo che fossero terrorizzati, anche perché ero in un età particolarmente difficile come quella dell’adolescenza. Adesso sono molto contento di poter dire che sono tra i miei primi fan!

- Con quali autori hai cominciato?

GM: A casa mia si ascoltava solo musica classica e praticamente fino all’età di 15 anni non conoscevo nessuna canzone, poi un amico mi ha registrato una cassetta con i Beatles su un lato e Bruce Springsteen sull’altro. È stata la scintilla per me. Da allora ho intrapreso un lungo lavoro di ricerca molto stimolante, attraverso svariati generi, per cercare di conoscere tutti i grandi e per capire quale fosse la mia strada. Ascoltavo dischi per la prima volta che magari erano usciti più di 30 anni prima, come Elvis, Chuck Berry, Gene Vincent, Jerry Lee Lewis e tutti gli altri che, per le mie orecchie “vergini”, erano delle vere e proprie bombe. Avevano su di me, credo lo stesso effetto che potevano avere su un giovane negli anni 60. Ancora adesso quando compro un disco oltre ad ascoltarlo, mi piace studiarlo. È utile per crescere, per andare avanti, per capire a che punto sei tu e cosa stanno facendo gli altri.

- Un disco che ti è piaciuto particolarmente di recente?

GM: Il disco di Damien Rice O

- L’ultimo libro letto?

GM: Novecento di Alessandro Baricco, mi è piaciuto davvero tanto!

- Molti continuano a dire che il Rock è morto, che la buona musica non ci sia più, cosa ne pensi?

GM: Si parla della morte del Rock già dai tempi in cui i Beatles e gli Stones ed artisti come Bob Dylan sembravano aver raggiunto una inimmaginabile perfezione nelle loro opere e divenne difficile capire quanto oltre si potesse andare. Ancora oggi non credo che il rock sia morto. Accendendo la televisione o la radio verrebbe quasi da pensare che tutta la buona musica sia morta.
Tempo fa guardavo l’Mtv Music Awards e trovavo molto triste e preoccupante che durante quasi tutta la trasmissione si parlasse solo di video e del look dei presenti. Il campo dei musicisti è stato invaso da questa cultura dell’immagine. Ho l’impressione che la cornice abbia invaso lo spazio del quadro! Non credo sia giusto che la musica faccia da cornice all’Oscar della musica, o è sbagliato il nome della manifestazione o è sbagliato il contenuto. Quando sono nati Mtv e Vh1 tutti hanno pensato: “Grande! Ora le nostre canzoni saranno ancora più forti, più potenti e belle!”. E invece non è stato così. In pochissimo tempo tutto è cambiato, invece di essere un’esperienza musicale è diventato importante solo apparire. Per questo ora c’è tutta questa gente che non sa né scrivere né cantare. Gente che si limita a mettere il nastro e a ballare. È un trucco, questi non hanno niente da dire a nessuno, non vogliono comunicare, vogliono solo far vedere quanto sono carini.
Personalmente sono assolutamente convinto che c’è un sacco di buona musica nuova lì fuori, semplicemente non è facile trovarla. Dicono che fra 10 anni la discografia non esisterà più e che grazie ad Internet sopravviveranno solo gli artisti. Visto come stanno andando le cose, non possiamo far altro che sperare!

-Parlaci un po’ della tua nuova band “The Blugos”. E se c’è, spiegaci il significato di questo nome così curioso.

GM: Dopo l’uscita di “Live at home” volevo assolutamente formare una band per “Journey of hope”. Ho cominciato ad arrangiare dei pezzi con mia sorella (Elisa Marzorati) al piano, poi Iliano Vincenzi, bassista che stimavo già da tempo, mi ha consigliato come batterista Andrea Scarpari. Così abbiamo cominciato a provare assieme tutto il materiale nuovo e da subito c’è stata quella magica spontaneità che c’è quando le cose sono al loro posto. Ognuno di loro ha caratteristiche molto particolari, personalità diverse che provengono anche da esperienze musicali diverse, che assieme danno vita al sound della nostra band. Suoniamo assieme da 3 anni e ormai siamo molto affiatati. Ci divertiamo molto e c’è un ottimo clima tra di noi. Questo per me è importantissimo. Star bene assieme aiuta a fare della buona musica. Questo genere di cose poi sul palco si vedono e il pubblico le percepisce. A volte capita, durante le prove quando porto un pezzo nuovo, che siano loro stessi ad anticipare quello che magari a parole non ero riuscito a spiegare e spesso i loro suggerimenti superano la mia stessa immaginazione. Questo è fantastico. Sarò sempre grato a loro per l’entusiasmo che mettono nel seguire le mie idee e la mia musica. Non è facile trovare un gruppo di persone così. Sono davvero fortunato.
Per quanto riguarda il nome “Blugos”, ho preso le prime 3 lettere della parola blues e le prime 3 lettere della parola gospel, le ho messe assieme e mi piaceva come suonavano. In realtà musicalmente non facciamo né blues né gospel, ma prendendo in esame i testi delle mie canzoni sin da “Live at home”, spesso sono proprio il blues e il gospel i due elementi che si sostengono a vicenda. Prendi From the stables to the stars o Force of habit, oppure dal nuovo disco, Blooming roots o What can I do, se ascolti le strofe trovi il blues e quando arrivi al ritornello ecco il gospel. Unisci le due cose insieme e stai nello stesso tempo sollevando le persone e tenendole legate alla terra. Adoro il modello blues/gospel perché permette di esprimere e di bilanciare emozioni e sentimenti antitetici.

-Ho visto sul tuo sito (www.guidomarzorati.com) che hai fatto un tour di 20 date a New York nel 2003. Qual è stata la tua esperienza e come ti hanno accolto?

GM: E’ una città incredibile, non sono certo io a scoprirlo. Per un musicista, forse più che per chiunque altro, è davvero il posto dove vivere. Sono stato li tre mesi tra l’altro in un periodo molto particolare come quello dell’invasione all’Iraq. Nonostante il clima di tensione, nonostante sia una città dalle ferite ancora aperte, è curioso, ma significativo che tra tutta la gente che ho avuto modo di incontrare, non ho conosciuto una sola persona a favore dell’intervento. Veniva proprio da pensare grazie al cielo l’America non è solo Bush! A parte questo ho cercato di sfruttare al massimo quello che la città offre dal punto di vista musicale, andando a vedere tutti i concerti possibili ed immaginabili. Poi mi sono buttato nella mischia, in fin dei conti ero andato lì proprio per quello. Ero un po’ timoroso perché cantare in inglese a casa loro, non è facile. L’accoglienza è stata davvero incredibile. Molte persone hanno finalmente apprezzato i miei testi oltre alla mia musica e questo per me è stata una grande soddisfazione considerando quanto impegno e lavoro c’è dietro. Un tizio un giorno si è avvicinato dopo un concerto e mi ha detto: “I can’t believe you’re not from New Jersey!”. Conto di tornarci presto.

-Qual è la canzone di “Journey of hope” che senti più tua, che ti rappresenta di più?

GM: Mi piace pensare all’insieme di queste canzoni. Sono legato per motivi diversi, come un padre con i suoi figli, ad ogni canzone del disco. Un padre di 3 figli, alla domanda quale sia il suo figlio preferito, cosa può rispondere? Non può rispondere. Forse la canzone che sento più vicina è sempre la “prossima”.

-Dunque cosa possiamo aspettarci nel futuro dopo “Live at home” e “Journey of hope”?

GM: Sto già scrivendo canzoni nuove. Molto probabilmente per questi pezzi avrò bisogno di un sound leggermente diverso. Potrebbe essere giunto il momento di prendere in mano una chitarra elettrica. Non so se sarà proprio la prossima cosa che farò è ancora presto per dirlo, ma è una grande sfida che trovo molto affascinate anche per poter esplorare sonorità nuove per me. Staremo a vedere.

 

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RECENSIONE “BUSCADERO” SETTEMBRE 2000

GUIDO MARZORATI
LIVE AT HOME

(Balancing Act Records)
***

Casualmente un giorno camminavo per calli veneziane con un amico che ivi risiede quando distinte, pulite, inequivocabili salivano da un campiello le note di The Ghost Of Tom Joad. Era una domenica di giugno e Venezia si era aperta alla musica per salutare l’arrivo dell’estate. Dilettanti, semiprofessionisti, bande musicali e semplici amatori del jazz, della musica etnica, del rock e della musica classica rendevano ancor più solare quella che è la più bella città del mondo portando allegria e buone vibrazioni fuori del consueto e fastidioso tragitto del turismo di massa.
Tra tamburi, sax, contrabbassi e qualche banda folkloristica dell’Alto Tirolo, la mia attenzione veniva catturata da un ragazzo in jeans e Takamine che solitario portava in laguna il gesto del Boss.
Un autentico ago in un pagliaio perché Guido Marzorati, questo il nome dell’atipico storyteller veneziano, dava segni di buona abilità con la chitarra e l’interpretazione vocale, scegliendo un repertorio, quello del rock d’autore, che da noi è tutto tranne che popolare.

Venuto in possesso del suo Cd autogestito mi sono presto reso conto che Guido Marzorati oltre ad avere una grossa passione per Springsteen è, come si dice dall’altra parte dell’Atlantico, un singer/songwriter di buone promesse che non sfigurerebbe col suo set in qualche café di Bleecker o MacDougal Streetel nel Greenwich Village. Il suo stile e la sua vivacità ricordano quello dei cantautori del Village della fine settanta, su tutti Steve Forbet e Willie Nile, e le sue composizioni hanno quelle suggestioni e quei colori propri del panorama East-Coast della musica d’autore.

Nelle sue canzoni, ed il Cd Live at Home lo dimostra, non c’è il piattume di tanto folk acustico perché Marzorati anche solo con la Takamine e l’armonica riesce a dare vivacità e grinta a canzoni che hanno una implicita forza rock.
Marzorati aggredisce la canzone, mai troppo intimista anche quando parla di amori e delle piccole vicissitudini della vita, la sua voce non è una lagna ed il suo strimpellare è vivo,energico anche se pulito e preciso.

Live at Home è un lavoro completamente autogestito che da una parte mostra le buone qualità di scrittura dell’autore (le dieci canzoni sono tutte opera sua) e dall’altra esalta l’intraprendenza di Marzorati nel gestire la sua musica.
Live at Home è stato difatti registrato (benissimo, sentire per credere) a casa, simulando l’ambiente live con amici e amiche, suonando in presa diretta con l’aiuto di Michele Saviolo al mixaggio. Con tale registrazione ha poi realizzato un Cd corredandolo con uno splendido booklet di testi e di splendide fotografie dai toni uggiosi e bluastri, perfetta rappresentazione di una musica che deve molto ai chiaroscuri della notte e alle strade di nessuno e si colloca su quell’asse Dylan-Springsteen che ha fatto sognare in molti.

Un prodotto assolutamente professionale anche se autogestito, che è immagine precisa dell’agro e poetico rock di Marzorati e del suo amore verso un paesaggio musicale in Italia spesso snobbato e marginale.
Dieci canzoni per chitarra, voce e armonica, col Village nel cuore e la laguna negli occhi, una “personalità” che va assolutamente scoperta e titoli che fanno Time To Choose, Work In Progress, From The Stables To The Stars, Wavelength (ma Van Morrison non c’entra),The Night Alone, Tight-Rope Walker. Il ragazzo sembra non sapere cosa sia la noia e rocka con la chitarra acustica come fanno gli americani.

MAURO ZAMBELLINI

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RECENSIONE “THE RIVER” N°43 SETTEMBRE 2000

GUIDO MARZORATI
LIVE AT HOME

(Balancing Act Records)

Guido Marzorati di Venezia si è cimentato con il suo “Live at home” alla chitarra acustica nella migliore tradizione di Woody Guthrie. Completamente registrato dal vivo in laguna, canta e suona in 10 pezzi scritti di suo pugno. Un bel lavoro: complimenti!!!

VITO GIANFRATE

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